La valle Furlana

Questo itinerario fa parte di una collana composta da 10 percorsi, pensati per accompagnare il visitatore alla scoperta, in autonomia e in bicicletta, delle diverse aree del territorio romagnolo, siano esse comprese all’interno di parchi naturali o al di fuori di essi.

A volte basta una bici, (ma volendo anche a piedi) una giornata senza fretta, e la voglia di lasciarsi portare.

Così di solito sono le giornate vissute in questo angolo di  Romagna.Sempre piccole odissee tra le acque immobili e i cieli larghi della bassa. Senza mai una meta e un percorso preciso, se non quello di tornare a casa prima che faccia buio.

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Visuale della Pialassa da postazione nei pressi dell’entrata a Marina Romea

La Valle Furlana, per chi non lo sapesse, fa parte di quell’enorme merletto d’acqua e terra che sono le Valli di Comacchio. Oltre 130 chilometri quadrati di silenzi, stormi e riflessi. Ti chiedi com’è possibile che esista ancora un posto così, dove la natura detta le regole e gli uomini — per una volta — si limitano ad ascoltare. Ci si arriva in più modi. Se si è romantici, si può scegliere di prendere il traghetto a fune di Sant’Alberto. Un aggeggio nostalgico, dove il fiume Reno sembra ogni volta che voglia trattenerti. Oppure si passa dal Primaro, da quella che chiamano l’area Romea.

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Tramonto presso zona Boscoforte

Ma la magia vera, quella che ti toglie il fiato, arriva dopo. Appena attraversato il Reno, ti accoglie a destra Boscoforte, sottile come una promessa mantenuta. A sinistra una zona lagunare che porta verso Argenta che da subito offre lo spettacolo di centinaia di fenicotterri accoccolati sull’acqua bassa della palude. Boscoforte è nvece una lingua di terra , un  bosco, che divide e unisce insieme: da un lato la Valle Fossa di Porto, dall’altro l’Oasi della Valle Furlana. Troverete probabilmente il  cancello chiuso, si perchè le visite sono guidate e vanno prenotate. E poi ancora in  successione la Valle Lido di Magnavacca, nomi che sembrano filastrocche, carte da gioco di un regno liquido. Lì comincia il vero cammino. Sei sull’argine, sospeso fra cielo e fanghiglia nobile, con la bici che scivola leggera su sei chilometri e mezzo di stupore.

Direzione: mare Adriatico dove fino alla quasi fine del percorso si giungie alla  traversa di Volta Scirocco. Un ingegno umano incastonato nel verde. Una struttura che si nota subito perchè imponente e collocata sul fianco destro del fiume Reno che si divide, e qui  tu lo guardi fare ciò che sa fare da secoli: seguire la sua pendenza, senza bisogno d’aiuto, senza pompe, senza clamore. E così l’acqua scivola verso Ravenna ai confini di Casal Borsetti,  nutrendo campi, fabbriche, acquedotti. Arrivando là dove c’è la famigerata “zona militare” (che però nessuno controlla davvero).

Ma prima, si passa per la Lavadena, nome dolce e misterioso, dove la terra si alza appena per formare dossi verdissimi. È lì che gabbiani, sterne e limicoli — nomi buffi per chi non ha mai studiato ornitologia — si danno appuntamento ogni primavera. Poi arrivano le acque basse della Scorticata, un nome che non ispira fiducia, ma che invece è pieno di vita: anatre in volo, trampolieri immobili, aironi leggiadri che si posano dopo il volo con la grazia di una danzatrice. Proseguendo sull’argine del fiume in direzione nord, si raggiunge l’ansa della valle fino a Volta Scirocco, che ospita alcuni capanni d’osservazione ed è il punto di partenza dello spettacolare Argine degli Angeli.

Argine fiume Reno  presso la foce

Una pista ciclopedonale di circa 5 km che sembra sospesa tra acqua e cielo e porta verso il ferrarese Lido di Spina. Il nome di questo percorso sembra derivare proprio dalla presenza in quest’area di specie di volatili di grandi dimensioni. Dopo la Volta  Scirocco il Reno ha quasi finito il suo compito. Si sente che il mare è vicino. L’acqua ha un altro profumo e appaiono  numerosi i capanni da pesca. Belli in fila. Nuovi. Ordinati. La traversa della Volta Scirocco in sé, è costruita su un vecchio meandro. Un’ansa che sembra disegnata da un bambino. Lunga, regolare, calma. Ottocento metri di specchio liquido incorniciato dal verde. Sembra un lago, ma non lo è. E mentre pedali piano, ti accorgi che sei sul bordo sud delle Valli di Comacchio. Un bordo, sì, ma aperto. Come un balcone sulla storia e sulla natura. E lì, con un po’ di fortuna (e magari un binocolo), puoi vedere spatole, aironi rossi, cavalieri d’Italia, canapiglie… che non sono nomi di vini o di piatti tipici, ma abitanti alati di questo regno anfibio. E allora ti fermi. Appoggi la bici, ti siedi sull’erba, o su di un ponticello in pietra dove passano le acque che qualcuno regola nel flusso di entrata e uscita. Non serve altro. Basta stare, guardare, ascoltare.

A questo punto si arriva nei pressi del Ponte sulla Romea passando a fianco della famosa e rinomata trattoria da Primaro, dove da sempre si può trovare nel menù l’anguilla alla griglia. E poi ci sono tutti gli altri capisaldi della cucina romagnola, compresa la grigliata mista, quella che sfrigola nei sogni dei carnivori incalliti. Dopo aver resistito (o ceduto) alla tentazione, si arriva al ponte, e qui comincia il circo.L’accesso, diciamolo, non è dei più semplici.

Traghetto a fune sul Reno nei pressi  di S.Alberto

Ma si va avanti, naturalmente. Perché il bello è dietro l’angolo. Superato il ponte (con qualche acrobazia e un po’ di parole sussurrate a denti stretti), si entra finalmente sull’argine destro del Reno, ed è un’altra musica. Qui si apre una strada sterrata, comoda e silenziosa, costellata di capanni — quei rifugi acquatici che sembrano galleggiare tra cielo e fiume — e si pedala accompagnati dallo scorrere lento dell’acqua come se il fiume stesso volesse farci da guida. Si arriva quasi alla foce. O almeno, ci si avvicina.

Tramonto sulla Pialassa

A un certo punto, ecco il bivio: si svolta verso Casal Borsetti, lasciandosi il Reno alle spalle, e si punta dritti verso Casal Borsetti, in direzione della magnifica Piallassa della Baiona, un regno d’acqua e riflessi dove il silenzio sa parlare. La pedalata si fa facile, piacevole. Si supera la zona militare di Casal Borsetti, che ormai è più geografica che strategica, e si entra in pineta. Un cambio d’atmosfera: l’odore di resina prende il posto del grano tagliato si aggiunge il fresco della pineta  ed  ecco che il mare si fa sentire, prima con il rumore, poi con la vista. A volte spumoso e nervoso, più spesso tranquillo e gentile, come un vecchio signore che ti invita a sederti e goderti la giornata.Si pedala su un piccolo crinale panoramico, affacciato sugli scogli e le onde, per poi rientrare nella pineta nei pressi della spiaggia.



Appena entri a Borsetti, ti accoglie un silenzio irreale poco  traffico e poca gente in giro: costeggi il canale, quello largo, tranquillo, e ti lasci accompagnare fino a un ponticello pedonale. È lì che Casal Borsetti ti dà il benvenuto ufficiale — proprio nel cuore del paese, lungo il canale destro del Reno, dove le brochure insistono nel definirla “ridente località di villeggiatura”. Se guardi dritto in fondo al canale, oltre la calma apparente, potresti intravedere il Capanno di Giumè dove si cucina solo pesce alla  griglia e si serve insalata con grossi anelli di cipolla fresca. Un nome che sembra uscito da una favola africana, invece è un locale appollaiato su palafitte, leggendario nella zona. Dicono — e chi siamo noi per smentirli? — che un tempo fosse rifugio di contrabbandieri e che qui si dessero appuntamento per loschi traffici notturni. Se invece ti volti, proprio dietro di te, si apre una piazzetta discreta e affacciato lì, c’è un bar-pizzeria che ogni tanto alla sera si trasforma in piccolo teatro musicale. Si canta, si suona, si ride (ancora), e si mangia. Ah, sì, si mangia. È qui che entra in scena lei: Selina, pizzaiola per vocazione, donna di fuoco e farina. Una che non ha bisogno di menu gourmet per dimostrare chi è. La sua pizza è un atto di fede, un morso sacro, una provocazione al palato. Buona da far ridere, irriverente quanto basta per farti dimenticare tutte le altre pizze mangiate prima. Selina non è “una donna che fa la pizza”. No. È la pizza fatta donna. E chi ama davvero la pizza — non quella da copertina, ma quella che ti commuove — farebbe bene a passarci almeno una volta.  Il ponte vi collega a Marina Romea. Lì avete due opzioni:1.La comoda ciclabile che scorre ordinata accanto alla pineta.2.Il passaggio più avventuroso, attraverso il parco giochi all’interno della pineta, affiancato da un’area camper . Comunque la mettiate, dopo pochi minuti di pedalata si arriva al ponte sul Lamone.

E qui… be’, una sosta ci sta. C’è il Baretto sul Lamone, localino affacciato sul fiume, piccolo, informale, con quel sapore da vacanza vera. Sorseggi qualcosa, guardi l’acqua del Lamone che si mischia con quella del mare e per un attimo sei altrove.

Stradello dietro Marina Romea affacciato alla Pialassa

O forse sei proprio dove dovresti essere. Poi si risale in sella. Ancora qualche centinaio di metri e, alla vostra destra, appariranno  stradelli fra le belle villete di  Marina Romea che vi  porteranno verso la valle dove inizia la ciclabile sulla valle. Nella Pialassa della Baiona l’acqua non si muove. O forse sì. Ma così piano che

sembra farlo apposta, per darci l’illusione dell’eternità. Pialassa. Pronunciata bene: Pia-la-ssa. Sembra il nome di una donna antica, con le mani rugose e lo sguardo lungo. Non è mare. Non è fiume. Non è lago. È un altrove.

Approdo per la visita all’isola degli Spinaroni

Qui i canali si aprono in distese salmastre dove la luce gioca con l’acqua, la plasma, la indora, la smonta. Le ombre? Galleggiano anche loro, sospese come pensieri a metà. Le biciclette, in questa quiete, sembrano camminare sulle dita. Le ruote sfregano piano ghiaia e fango, ma senza pretese. Nessun rumore, nessuna fretta. È come pedalare in una cattedrale acquatica. Silenzio, ciclisti. Qui si va piano.

Treni merci  visibili  sulla Baiona

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Qui si ascolta. Ad ogni curva, un capanno. A volte cadente, altre volte abitato. Raccontano tutti la stessa cosa: qui l’uomo non ha mai comandato. Si è adattato, si è acquattato, ha imparato a rispettare l’acqua. Ecco, se vogliamo, anche questa è politica. Ma senza microfoni. La lingua di terra si infila nella valle come un’idea che non se ne va.

Curve strette, sterrati a sorpresa, e poi — eccola — una torretta di avvistamento. Ci si sale sopra, si tiene il fiato, e la valle si apre tutta insieme. 360 gradi. Cielo, aironi, acqua che riflette l’umore del giorno. Poi si scende, di nuovo in mezzo ai rovi, ai rami bassi, alle more che tentano i ciclisti. Il sentiero stringe, gratta i pedali, pizzica i polpacci. E all’improvviso, l’approdo. Da lì parte la barca per l’isola degli Spinaroni. Solo per chi ha prenotato, eh. Ma non ti aspettare statue, stendardi o fanfare. È una lingua di terra in mezzo all’acqua. Discreta. Onesta. Fu lì che i partigiani della 28ª si nascosero. Con i piedi nel fango e le zanzare addosso. Eppure con il coraggio acceso. Niente retorica. Solo qualche cartello sbiadito. Si scende dalla bici, si legge in silenzio, si rimonta. Fine del rito. Il percorso continua, e vira verso il Capanno di Garibaldi. A destra, l’acqua si spalanca e, se sei fortunato, l’alba ti regala l’arrivo silenzioso dei fenicotteri rosa. Migliaia. Tutti eleganti, tutti seri. A sinistra, l’altra faccia: la Ravenna industriale. Le ciminiere, gli odori, la realtà che punge il naso e spezza l’incanto. Ma è parte del tutto. Serve anche lei. Lo stradello è pieno di capanni. Alcuni affondano nella palude come ricordi pesanti. Altri, invece, pullulano di voci, grigliate, chiacchiere. Vita di laguna. Poi, senza annunciare troppo, eccolo lì: il Capanno. Quello vero. Garibaldi, l’Eroe dei Due Mondi, venne a nascondersi proprio qui. Tra i canneti, come i partigiani.

Solo che lui, oltre al fango, aveva pure una taglia sulla testa. Il capanno è piccolo, timido, ma pieno zeppo di simboli. I pannelli dentro raccontano tutto, e anche di più. Forse troppo. Ma ogni tanto va bene così. Il racconto ufficiale serve anche a dare un appiglio a chi non sa da dove cominciare. Garibaldi, l’Eroe dei Due Mondi, venne a nascondersi proprio qui. Tra i canneti, come i partigiani. Solo che lui, oltre al fango, aveva pure una taglia sulla testa Il capanno è piccolo, timido, ma pieno zeppo di simboli. I pannelli dentro raccontano tutto, e anche di più. Forse troppo. Ma ogni tanto va bene così. Il racconto ufficiale serve anche a dare un appiglio a chi non sa da dove cominciare. Davanti, qualche macchina, due panchine, visitatori curiosi, aria da campeggio fuori stagione. Ma se fai due passi e cambi angolazione, la valle torna a parlare. Garibaldi era un mito. Ma anche un uomo. Un uomo stanco. E forse qui, per qualche giorno, trovò silenzio e respiro. Ma non è finita. Per una volta, la strada non finisce in un vicolo cieco. Non ci obbliga a tornare indietro sotto i camion e le betoniere.  C’è un ponticello di legno fatto  bene  che scavalca un ramo della valle e ti porta dentro la pineta. Lì, l’ombra profuma di resina, e la strada s’allunga fino alla periferia di  Ravenna. Certo, c’è ancora un pezzetto di Bassette da fare, con i suoi capannoni e i camion in agguato. Ma è breve.  Poi, finalmente, si entra in città. E per me, non è davvero Ravenna se non si passa accanto al  mausoleo di Teodorico. Sembra uscito da un racconto mitologico, e invece è lì, dentro un parco che sembra disegnato da un giardiniere

Capanno Garibaldi

con la passione per l’eternità. Da lì, qualche centinaio di metri… e sei nel cuore. Il cuore vero. Il centro di Ravenna.